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Scappa con me da #romanord

Giugno 5th, 2015 — 2:15pm
Foto da Star Walls, un poco modificata da me con paint

Certe mattine d’inverno a sud di Roma iniziano con un cielo azzurro che si srotola sopra la testa e l’odore del mare a pochi chilometri. T’infili in macchina e la radio passa solo canzoni in Sol maggiore; sulla SS 148 Pontina non c’è traffico, neanche ad altezza Spinaceto, e allora, mentre imbocchi l’uscita a destra, ti viene automaticamente da pensare «vieni con me amore sul Grande Raccordo Anulare». Oggi è ‘nu juorno buono, mentre come un salmone risali la striscia d’asfalto a tre corsie, superando in ordine Pisana, Aurelia e Boccea. Finché, ad altezza Trionfale, imbocchi il primo passante a nord-ovest, fattispecie di buco spazio-temporale, che ti scaglia all’improvviso contro un muro di spessa, fitta e gelida nebbia che t’informa che infin sei giunta a #romanord. La radio passa una canzone in Si minore sul fallimento di un amore. Roma non è una città fatta di quartieri – penso – Roma è la raccolta a fascicoli di un libro d’antropologia.

Certe mattine #romanord è radiosa come Silent Hill.

Certe mattine #romanord è solare come Twin Peaks il giorno del ritrovamento del cadavere di Laura Palmer.

Spesso il male di vivere ho incontrato, guarda caso era nei pressi di #romanord.

Cerco parcheggio e solo un romano può cogliere con precisione tutta la drammaticità di questo cercare. Cammino a passo svelto sul marciapiede, che puzza di piscio ogni giorno dell’anno, e nel tragitto incrocio lo sguardo delle colf filippine, che portano a passeggio i cani degli altri. Non si capisce mai se sono più infelici loro o i cani. Poi da sinistra sbuca all’improvviso Garrison, in pigiama e col sacchetto della monnezza in mano. I vip sono i fantasmi di #romanord: tutti li guardano passare facendo finta di non vederli. Un atteggiamento che presto imparano anche i pendolari di #romasud. Si punta il dito per indicare dov’è il vip e ci si lascia andare ai commenti solo in presenza di amici molto fidati, mai con altra gente di #romanord.

I vip fuori dalla televisione sono più alti, più bassi, più magri, più gonfi, più finti. Sciatti. Scoloriti. Ectoplasmi. Ecco Magalli che svolta a destra ed entra nel Trony, quello passato alla storia perché all’apertura si scatenò un parapiglia di gente che s’accattava almeno tre televisori schermo piatto a testa, sotto lo sguardo di certi romani de Roma in canotta bianca che guardavano lo spettacolo all’angolo della strada, con le braccia incrociate e i bicipiti scoperti e le croci celtiche tatuate.

Ecco che spunta Aldo Montano, rigorosamente in ciavatte e pantaloncino bianco, ecco la-figlia-della-contessa-De-Blank seduta sulla soglia del portone dell’estetista, che si mordicchia la pellicina dell’indice. Ecco Naike Rivelli, che entra ballando (davvero) in un locale segnalato anche dalla prestigiosa guida turistica «Da Ponte Milvio a Vigna Clara, tutti i posti della mafia romana».  Ecco Fiorello che parcheggia lo scooterone sulle strisce pedonali. Ecco Antonello Venditti, uno dei pochi la cui versione ectoplasmatica corrisponde a quella televisiva, con l‘abbronzatura, gli occhiali da sole, la camicia bianca fuori dai jeans. Poi scompare probabilmente passando attraverso un muro del Dakota Building di #romanord, Villa Brasini.

Una volta, all’ora dell’aperitivo post giornata di lavoro, in un altro di quei locali sempre segnalati nella prestigiosa guida di cui sopra, era comparso un pittore, francamente più Pigneto che #romanord. Realizzava ritratti agli avventori al modico costo di uno spritz. L’incauto artista s’arrischiò a chiedere a una bionda con le labbra turgide e i leggings neri se poteva fare il ritratto anche a lei. Quella rispose: «Come ti permetti, guarda che io sono la moglie di un famoso tennista!». L’aneddoto finisce così, tra la costernazione generale.

Un’altra volta da Mondi, storica pasticceria con gli interni ancora anni ’80 e nessuna velleità hipster, una filippina normalizzata #romanord in attività da almeno cinquant’anni, stava comprando con gli occhi un po’ lucidi un vassoio di paste «per il compleanno del Principe». Ha detto alla commessa: «Sì, il vassoio più piccolo. Sì, cannoli. No, ne metta solo tre. Forse lo verrà a trovare il figlio». Un’ombra improvvisa è passata sul volto dell’anziana filippina, poi è uscita dalla pasticceria e s’è avviata lentamente col suo piccolo vassoio in direzione Ponte Milvio. Cosa ne sa della vera aristocrazia questa gente che si gode un Trapizzino in pausa pranzo, sbrodolandosi con l’olio al gusto trippa?

Davanti al chioschetto di Ponte Milvio passa uno sciame di minorenni dai culi sodissimi fasciati in leggings neri. Le riconosci subito, hanno i lunghi capelli biondo shatush al vento, l’eterno broncio della ninfetta, gli occhi sgranati di cerbiatto davanti ai fari di un suv. In lontananza, si staglia su Ponte Flaminio la minacciosa scritta Io e Te Tre Metri Sopra Il Cielo. Ma su Ponte Milvio non ci sono più i lucchetti e le chiavi da gettare nel Tevere, ci sono solo le mani di uno che potrebbe essere suo padre, ma se è suo padre perché ha le mani sul suo culo?

Faccio il marciapiede al contrario mentre le strade si riempiono di macchinette elettriche in doppie e triple file ben gestite dai parcheggiatori abusivi. Passo davanti l’estetista, la piccola De Blank non c’è più. Saluto Gessica (nome non del tutto di fantasia), l’estetista, che cordialmente ricambia. La prima volta che sono andata lì a farmi la ceretta, con lo sconto aziendale, ci sono andata come se avessi dovuto fare un reportage antropologico. M’aspettavo un’estetista alta e magra, come tutte a #romanord.

E bionda e con le unghie ricostruite, come tutte a #romanord.

E le borchie che in quel periodo si portavano, a #romanord.

Invece, Gessica aveva un camice semplice bianco, un sorriso cordiale, la coda bassa. Le ho chiesto a metà della seduta, così all’improvviso da farla sussultare, «ma tu sei di #romanord?». Ha alzato lo sguardo dal mio inguine, lo sguardo impaurito di chi forse era stato sgamato.

Ha risposto: «No, abito verso l’Eur».

Ho capito.

Ho risposto: «Davvero? Io abito a Provincia di #romasud».

Le si sono accesi gli occhi, è ritornata in lei : «Ma dai! Anche io abito a Provincia di #romasud!».

Ci siamo scambiate da quel giorno dei piccoli cenni camerateschi con la testa ogni volta che c’incontravamo.

Riprendo la macchina da dove l’avevo lasciata la mattina. Rifaccio all’indietro Corso Francia, la Flaminia, imbocco il Raccordo. M’abbaglia il sole che tramonta in lontananza sulla costa laziale del mar Tirreno.

1 comment » | In my life, Roma capoccia

Radiohead live@Capannelle de Roma

Settembre 23rd, 2012 — 12:14pm

Non andavo ad uno di questi concertoni di band che-hanno-fatto-la-storia-della-musica almeno dal 2010, per via di una sorta di ipersaturazione da concertone. Nel frattempo, però, ho visto un discreto numero di concertini di band fracicone e scassatissime, in posti assurdi e con un pubblico improbabile ma variegato. In questo modo sono riuscita a divertirmi, sfuggendo all’eterno ritorno del tipo indie col cappello che discetta dell’ultimo singolo de I Cani, e poi non distingue una canzone dei Rolling Stones da una degli Arctic Monkeys, o della sgallettata con outfit leggings, maglietta degli Strokes e Reflex per farsi le foto al cesso con l’amica.

Insomma, ieri sera sono stata al concerto dei Radiohead con dei biglietti che mi sono piombati in mano circa una settimana prima e in ottima compagnia. Premetto che io, i Radiohead, non li ho mai capiti. No, davvero. Mai capiti. I masterpieces, almeno una volta, me li sono ascoltati. Ad applicarmi mi sono applicata – signora maestra – ma davvero non è colpa mia se non mi sono arrivati. Comunque, a tal proposito ho una teoria: i Radiohead fanno una musica molto umorale e ci vuole un mood particolare per instaurarci un feeling. Per farla breve, sono depressi. Talvolta arrabbiati, addirittura sereni ma pur sempre depressi, di quella depressione adolescenziale che un po’ ci si razzola crogiolanti. Per questo, non li ho mai capiti: grazie a Dio, non sono mai stata adolescenzialmente depressa e, anzi, i depressi mi viene da prenderli a calci in culo al grido di «esci da quella cazzo di cameretta e vai a prendere un po’ di sole!». Tra le band cosiddette depresse che apprezzo ci sono giusto i Nirvana, ma perché li percepisco più arrabbiati che depressi.

Dicevo: il concerto. Sono stata rassicurata dal fatto che tutto era come è sempre stato: il tipo indie col cappello, le sgallettate con la Reflex, i tappi delle bottigliette d’acqua da infilare nel calzino, i bagarini made in Scampia che, a onor del vero, si sono fatti meno discreti di come ricordavo. La birra al bicchiere e la fila ai bagni, i fans giovani in prima fila e i fans vecchi nell’ultima. Forse ho capito il concept della scenografia: c’erano questi schermi semoventi su sfondo illuminato fisso che proiettavano le immagini della band e cambiavano di posto ad ogni canzone ma non si ricomponevano mai. Io dico che si parlava della frammentazione dell’essere umano e della difficoltà a ritrovare un’identità sola e coerente. Gli unici pannelli fissi e ordinati erano quelli più in alto che mandavano le immagini della band sul palco e si concentravano sugli strumenti: chiaramente il messaggio era che l’unica coerenza che si può ottenere viene dalla musica.

No, non sono gli effetti del fumo anche se c’era una situazione atmosferica da Little Amsterdam.

Comunque, ‘sti Radiohead so’ forti, anche se le due batterie ogni tanto (ma poco, eh) si impicciavano. E poi, tutti questi sintetizzatori che scompongono ogni suono. Le sonorità….acquatiche. Le scale armoniche che cambiano tono a metà, le dissonanze. Bravi, però, ‘sti Radiohead. Complicati. Son tre le canzoni dei Radiohead che effettivamente ricordo perché le tengo nella compilation in macchina: Karma Police, Creep, Paranoid Android. Ieri sera, hanno fatto giusto Paranoid Android. Fatto sta che io continuo a non capirli, però bravi.

Un’ultima cosa: chi me la spiega la dedica di Thom Yorke a Berlusconi?

4 comments » | Music is my hot hot sex

Ha quasi fatto più danni il femminismo che la cultura cattolica

Luglio 11th, 2012 — 10:11pm

La stessa questura di Roma spiega in una nota ufficiale che le indagini “hanno permesso di chiarire che la vicenda non ha evidenziato alcun comportamento violento ai danni della ragazza straniera”. Nei confronti del giovane, quindi, non viene mossa alcuna accusa, né di violenza sessuale, né di omissione di soccorso, né di lesioni.

Repubblica.it

Potrebbe sembrare antifemminista questo post che inizia con l’affermare che il femminismo ha fatto più danni alle donne della cultura cattolica, nei secoli dei secoli. Potrebbe anche sembrare desueto questo incipit che viene dopo “l’ennesimo atto di violenza…” – oh wait – aspetta aspetta aspetta. Qui dice “rapporto molto violento ma consenziente”.

Per gli amanti delle opinioni pregiudiziali prestampate, fortunatamente, rimane un punto fermo: “il giovane tunisino”. Così i benpensanti potranno esclamare ad alta voce “questi stranieri che vengono in Italia”, e a mezza bocca “se lo è meritato, quella troia”.

Posso dire una cosa? Nessuno merita niente del genere ma non viviamo nel mondo della Disney dove il bene trionfa sempre, soprattutto se ha passaporto statunitense. Viviamo in un mondo dove può benissimo succedere di avere 22 anni, essere una ragazza, essere in vacanza in terra straniera, andare ad una festa e divertirsi come lo si intende oggi verso una certa fascia d’età: stordirsi di alcol (più ne reggi, più sei sei figo), rimorchiare, darla al primo che passa, che può andarti bene ma può anche capitarti lo stronzo. E poi ritrovarsi tre ore dopo in ospedale a farsi ricucire le lacerazioni nella zona genitale.

Certo, qualcuno te lo dovrebbe anche dire e metterti in guarda che potrebbe succedere. Senza ansia, per carità ma con una certa dose di fatalismo. Più difficile è arrivarci se sei prima cresciuta in un mondo di favole disneyane e successivamente in un mondo dove la donna viene culturalmente rappresentata come esempio da seguire e veramente libera e cool solo se è sexy e se la dà via come il pane, imitando maldestramente uno tra i più beceri comportamenti maschili.

Dico, siamo passate – noi (marò) donne – dall’avere come modello di riferimento Santa Maria Goretti a una qualsiasi velina da copertina, succube del suo aspetto fisico, desiderosa di mostrarsi appetibile e procace. Per questo dicevo, il femminismo ha fatto quasi più danni della cultura cattolica: prima le donne erano le vittime (di un sistema culturale a predominanza maschile), ora siamo anche consenzienti ad essere le vittime, scambiando l’uso arbitrario e svilente del nostro corpo per libertà.

E’ un discorso difficile e non ne sono neanche venuta a capo. Rimango con la rabbia e un dubbio che mi porta a chiedere se tante l’hanno mai capito che il personaggio di Samantha a Sex and the City era l’unico decisamente inverosimile.

13 comments » | I read the news today oh boy!

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