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Cinque coccodrilli

Marzo 9th, 2015 — 9:30am

Ci sono momenti in cui ciò che si colloca ai lati della nostra vita e che pare farà da sfondo in eterno – un impero, un partito politico, una fede, un monumento, ma anche semplicemente le persone che fanno parte della nostra quotidianità – viene giù in modo del tutto inaspettato, e proprio mentre mille altre cose ci incalzano. (E. Ferrante)

È morta Angelina, aveva le gambe così storte che alla tombola natalizia le dedicavamo il 77. Aveva anche il gozzo, segno di un ipertiroidismo mai curato, e una vocina molto bassa, molto rauca ma dolce. Era timida. Ogni maggio organizzava il rosario a casa sua, in una strana stanza molto ampia, molto luminosa eppure scolorita, polverosa. Un ripostiglio senza cose riposte con un vecchio divano da un lato, un tavolo al centro, sedie spaiate di legno e paglia, plastica e metallo, dove s’accomodavano le vecchie coi loro rosari in mano. Ci andavo a malincuore perché mi sarei persa i cartoni animati della sera, ma mi piaceva far contenta mia nonna. Le litanie e i misteri dolorosi mi parevano rituali magici in una lingua antica e un po’ mi facevano paura. All’improvviso non ero più con mia nonna e le sue vecchie vicine di casa ma in mezzo a delle streghe. Angelina ogni tanto passava per l’orto di mia nonna, una volta strappava dalla terra le carote, altre volte tagliava l’insalata. M’ero convinta che rubasse e invece glielo diceva direttamente mia nonna di prendersi da sola quello che le serviva, tanto ce n’era in abbondanza. Un giorno mi appostai, le feci un agguato mentre era china a tagliare la scarola, le dissi Ladra! Ladra! Vattene via! Raccontava sempre che, come la feci vergognare quel giorno, nessuno mai nella sua vita.

È morto Guido lo scarparo, il cui negozio si trovava a metà tra la Chiesa di San Rocco e il cimitero. Sembrava una caverna scavata nella roccia, chiusa da un grosso portone di ferro dipinto di vernice rossa. Adesso è tutto chiuso, è tutto abbandonato, Guido è morto di dolore qualche anno dopo che trovarono il figlio impiccato con due corde alle travi di legno della loro vecchia casa. Il figlio era molto bello, molto dolce, molto timido. Lavorava in Francia con lo zio, faceva il muratore, o montava le vetrate dei grattacieli, non l’ho mai capito. Si è suicidato il giorno del suo compleanno, nel pomeriggio. Di mattina era andato a comprarsi un televisore nuovo. Guido morì qualche anno dopo, malinconico. Nessuno m’ha mai rifatto i tacchi delle scarpe come li sapeva fare lui. Il negozio è chiuso da tanto, quando ci passo davanti continuo a sentire l’odore del grasso, del cuoio, dei piedi, della pietra, del ferro che si mischiano insieme.

È morta la Baronessa, nata Principessa di Baviera. Rinunciò al suo titolo per amore, sposò un Barone e diede un gran dolore al Principe suo padre, ex simpatizzante nazista. Fu allattata dalla mia bisnonna. Negli anni ’50 mio nonno e mia nonna andarono in Germania a faticare come camerieri alla corte della loro cospicua dinastia. Ogni racconto di mia nonna su quegli anni finiva sempre con la solita constatazione, che faceva innervosire le mie zie: «È meglio essere poveri che ricchi». L’ho sempre vista indossare la stessa collana, o meglio, una sorta di collarino stretto intorno al collo secco, con pietre d’ambra. Una volta le raccontai che mi sarei sicuramente iscritta all’università, lei mi guardò con quieta ammirazione, mi rispose: «Quante opportunità avete oggi [sospiro] voialtri».

È morta zi’ Giovannella, la più grande, grossa, rumorosa, sguaiata, tra le molte sorelle della mia nonna materna, nota anche per una proverbiale ma allegra tirchieria. Spesso veniva da mia madre a farsi fare le iniezioni perché le doleva una gamba (Marì me dole la sampa). Un giorno si presentò a casa, c’era solo mia sorella. Disse: «Nel frattempo che aspettiamo Marina mi preparo». S’alzò la gonna, sotto non aveva mutande (le mutanne). Mia sorella, costernata, s’arrischiò a domandare se le aveva per caso dimenticate. Rispose: «No ma mi sono appena lavata, sono pulita, che me le metto a fare?». Una volta, ringraziò mia madre per le punture dandole un sacchetto di mais (lo gratigno), che mamma avrebbe dovuto dare a sua sorella, che lo avrebbe dato alle sue galline, che avrebbero fatto le uova, «e poi soreta le òva te le dà a te».

È morto Antonio Gemmiti, il mio primo maestro di pianoforte, il mio primo insegnante di musica. I suoi figli sarebbero poi diventati pianisti molti famosi, la scuola di musica classica da lui fondata avrebbe sfornato pianisti di provincia capaci di prendere voti più alti di chi aveva studiato in conservatorio, all’esame finale al Santa Cecilia. Di sicuro, io tra questi non c’ero. Quando ho deciso di smettere col pianoforte era immensamente dispiaciuto e un poco accigliato. Diceva che «suonavo come una guerriera» (la verità è che suonavo con una mano molto pensante, neanche stessi suonando i Sex Pistols, mica Bach). Quando ho deciso di smettere col pianoforte piansi molto, lui mi disse «ma la musica non t’abbandona mai».

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