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Blur @ Roma Capannelle – 29 luglio 2013

Luglio 31st, 2013 — 11:04pm

Eravamo a metà degli anni Novanta e i Blur erano già avantissimo da almeno cinque anni prima. I Blur rappresentavano la nicchia di quelli che volevano essere la nicchia. Nella sfida Coca Cola vs Pepsi, loro non erano la Pepsi. Erano il Chinotto Neri.

Quasi vent’anni dopo, con i maggiori esponenti della scena madferit romana maritati, ci siamo ritrovati una sera di fine luglio a Capannelle immaginando, ora come allora, di essere – chessò – ad Hide Park. Già ai varchi d’ingresso, era chiaro che il discorso che stavano facendo tutti era lo stesso. «Sembra ieri. Poi una mattina mi sono svegliato, mi sono guardato allo specchio ed ero improvvisamente invecchiato». Certo, non così tanto invecchiato. Giusto, un po’ invecchiato. Però è stato un colpo per noi, che ci eravamo lasciati convincere dagli Oasis che tonight I’m a rock’n’roll star, live forever, don’t look back in anger and after all you’re my wonderwall. I Blur, invece, ci avevano messo in guardia, sono sempre stati sinceri – troppo sinceri – loro.

This is the next century
No one here is alone, satellites in every home

La magia della musica è che bastano un Mi-Re-Mi-Re-Mi-Re ed è un attimo che ti sei scordato della più pesante delle giornate lavorative. Sulle prime note di Girls and Boys, siamo subito tutti ritornati ragazze e ragazzi degli anni Novanta, a ballare e cantare a voce alta.

We wear the same clothes ‘cause we feel the same

La scaletta è stata un susseguirsi velocissimo di greatest hits, tanto che non facevi in tempo a riprenderti dall’emozione di aver ascoltato Beetlebum e Out of Time e Coffee & TV e Tender e Parklife.

La mia preferita, per motivi che non vi sto a dire, è End of a Century. Ed io ero nel bagno chimico a far pipì (per via della birra). E’ stato uno di quei momenti in cui ti dici «Tutto questo ha un senso anche se non so bene quale».

End of the century
it’s nothing special

Il concerto è finito col capolavoro musicale dei Blur, The Universal, e col capolavoro mainstream che ha venduto di più, Song 2. Sulla prima, ci siamo stupiti ancora una volta di quanto siano bravi a suonare, di quanto siano bravi a tenere il palco, di quanto ci capivano e ci capiscono di musica. «Non come queste piccole band di oggi tristi come la birra senz’alcol». Sulla seconda, abbiamo ballato come pazze, con i capelli al vento e i ragazzi che ci guardavano e sorridevano.

I Blur, la vera band hipster prima degli hipster e indie prima degli indie e comunque più avanti di queste due sottoculture fasulle messe insieme. Ma i Blur lo sapevano, sapevano tutto, erano già avantissimo quasi vent’anni fa, ce lo dicevano che sarebbe stato così. We riot alone.

So give me Coffee and TV
Sociability is hard enough for me


Nella foto, una Champagne Supernova a Capannelle

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Intervista ad una band non-indie di sicuro successo: Gli Innocenti

Ottobre 27th, 2012 — 4:17pm

Leggere la “Guida alla realizzazione di un disco indie di sicuro successo“, post mirabilmente scritto dal noto blogger Giulio Andreotti, mi ha fatto tornar voglia di scrivere di musica, come facevo ai vecchi tempi.

Ma dal momento che oggi è il primo sabato di quasi quiete, dopo tanti sabati di pacchi, traslochi, trapani e chilometri da macinare, me ne starò tranquilla e non scriverò nessun nuovo post che parla male de I Cani; mi limiterò a ri-postare una mia vecchia intervista ad una delle più grandi band beat-psychedelic-rock che abbiamo in questo momento in Italia: Gli Innocenti.

Band che, solo incidentalmente, ha come batterista il mio ragazzo (anche se lui non è del tutto d’accordo su quest’ultimo punto ma solo perché oggi i piatti li ha lavati lui). Dunque – come dicono i giovani e Social Media Specialist –  Enjoy!

Amano Lucio Battisti e i Beatles, si ispirano agli anni ’60 ma sono molto più psichedelici, oscuri e moderni; sono Carmelo Avanzato (bassista, frontman e poeta maledetto), Flavio De Novellis (chitarrista solista, nipote in terza di George Harrison), Angelo Trotta (batterista, moralizzatore), Franco Pietropaoli (altro chitarrista, maschio alfa) e Marco Di Donna (tastierista, belloccio della band). Potete ascoltarli sul canale Youtube e seguire tutte le loro avvincenti avventure sulla pagina Facebook.

Come mai avete deciso di chiamarvi “Gli Innocenti”?

Carmelo: Dobbiamo ringraziare Angelo per il nome. E’ stato lui a proporlo e noi l’abbiamo accettato subito.
Angelo: Ho pensato a “Gli Innocenti”, innanzitutto per la macchina degli anni ’60, la mitica Innocenti 950 spider, che richiama l’Italia e gli anni 60. E poi perché è un nome che si presta a tanti giochi di parole.
Flavio: Ancora mi ricordo…eravamo seduti fuori al Saxophone, locale di Roma di salsa e merende.
Angelo (ignorando dignitosamente la battuta di Flavio): E poi, “Innocenti” perché…non si sa mai.
Carmelo: Sono sicuro che non avrò mai problemi con la giustizia. Ricordatevelo.

Ce lo ricorderemo sicuramente. Della vostra musica apprezzo il fatto che cantate in italiano e ci siano riferimenti alla cultura musicale italiana. Oggi la maggior parte dei gruppi nostrani fuggono a gambe levate da tutto ciò che è Italia e cantano in inglese. E’ stata una scelta ponderata la vostra oppure è venuto spontaneo?

Carmelo: Come per tutto ciò che riguarda la nostra musica, non c’è nessuna scelta strategica ma viene tutto spontaneo o meglio, il caso e la scelta coincidono. Io sono abbastanza autarchico e credo che oggi, per bilanciare la globalizzazione, c’è bisogno di ritorno alle origini. Immagina un villaggio isolato, ma che ha i pannelli solari e l’accesso ad Internet; E’ il passato e insieme il futuro ed è quello che vogliamo comunicare con la nostra musica.
Angelo: Ci tengo a sottolineare che con “autarchia” non intendiamo nessuna implicazione politica. E’ la volontà di riscoprire la nostra cultura musicale e modernizzarla, senza copiare altre culture che in fondo non ci appartengono.

A quali cantanti o gruppi italiani vi ispirate di preciso?

Flavio: Raf, Pausini, Ramazzotti…
Carmelo: Anche il primo Marco Carta ma poi è diventato commerciale.
Flavio (serio): Beh, sicuramente siamo tutti beatlealsiani…

Ho detto italiani…

Carmelo: Beh, il mio preferito è senza dubbio Lucio Battisti, il dio della mia religione. Poi Celentano…
Flavio: Io dico anche Claudio Villa e Domenico Modugno.
Carmelo: I Corvi, I Giganti, Dik Dik, Oliver Onions…
Flavio: Bud Spencer e Terence Hill!
Angelo: Insomma, amiamo particolarmente tutti quei gruppi italiani beat degli anni 60 che hanno fatto la storia della musica. Erano tempi di rivoluzione musicale, l’industria discografica italiana fatturava quasi come quella inglese se non di più e infatti tanti gruppi inglesi venivano in Italia a proporre i loro brani che in patria erano stati degli insuccessi mentre da noi sono diventati dei successi straordinari come ad esempio “Ragazzo di Strada” dei Corvi.
Flavio: Eh, sarebbe bello che tornano quei tempi…
Angelo: Viva la consecutio temporum.

Dicevamo…i Beatles. Quanto vi piacciono e cosa rappresenta ancora oggi questo gruppo che ha fatto la storia della musica pop e rock?

Carmelo: I Beatles? Non li conosco.
Flavio: Beh, l’altra sera ero a cena con Paul e parlavano di questo fatto che Ringo si scaccola…a parte gli scherzi, li amiamo, ma non credo influenzino la nostra musica.
Carmelo: ?!?
Flavio: !?!
Carmelo: Ma come no?!? Per forza influenzano la nostra musica!
Angelo (con dignità): Prima di essere “Gli Innocenti” siamo stati per tanti anni una cover band beatlesiana. Ormai sono talmente insiti in noi che neanche ce ne rendiamo conto.
Carmelo: A 10 anni ho ascoltato i primi 45 giri dei Beatles. Mi ricordo di essermi fermato su “PS: I love you” e…il controcanto su certe parole, mi ha davvero fatto scoprire un mondo. Avevano tanto da dire, così tanto che forse ancora non li abbiamo capiti. Ancora ci stanno parlando e va bene così. Forse quando li capiremo finirà la loro influenza.
Flavio: Comunque a me piacciono anche i Beach Boys.

L’influenza dei 60s nel vostro stile è innegabile ma ormai non dovrebbe essere la tradizione con cui rompere? Non avete paura di apparire “datati”.

Angelo: In effetti, siamo un po’ vecchi dentro. Ma giovani fuori.
Flavio: A me, ad esempio, piace comportarmi con le donne come un gentleman vecchio stile: portarle fuori e pagare la cena, gentilezze varie, regali. Mi piacciono le ragazze, le amo tutte e…
Carmelo: Forse l’ultima cosa all’avanguardia è già stata detta nel 1966 e tutto quello che è venuto dopo era già datato. In realtà credo che rimaniamo aggrappati a quegli anni perché ancora non li abbiamo capiti e questi anni che viviamo adesso non sono che la prosecuzione di quelli. Però le differenze ci sono: si vedono nei testi e nel sound che vengono dalle nostre esperienze, da dove abbiamo vissuto, da quello che abbiamo ascoltato, quindi per forza di cosa quello che scriviamo noi non è come quello degli anni 60 anche se ci ispiriamo da lì. Adesso Flavio puoi continuare a dire quella cosa sulle donne.
Flavio: Le donne sono esseri fantastici, amabili…

Ascoltando le vostre canzoni, un tema che ritorna spesso è il desiderio di pace, tranquillità e fuga: talvolta questa si concretizza nel sogno di un paradiso quasi vacanziero, altre volte in una fuga verso un altro mondo “virtuale”, il tutto inserito all’interno di scene di vita quotidiana. Ho notato bene?

Carmelo: Hai notato bene. Noi veniamo da una metropoli, chi è cresciuto in periferia e chi no, però tutti abbiamo vissuto i problemi della grande città. Pensare di vivere in una città con più di cinque milioni di abitanti, comunque, è una cosa alienante. Ma lo stesso effetto è provocato dal mondo globalizzato multi-connesso e iper-collegato. Ti fa perdere la tua identità e allo stesso tempo senti il bisogno di ritrovare te stesso, magari fuggendo, nella musica, nella…
Angelo: …droga?
Carmelo: No, no! Gli innocenti non si drogano e  non bevono, ci teniamo a sottolinearlo.
Angelo: Ma siamo davanti a tre birre!
Flavio: Beh, col fatto che faccio teatro vado spesso in periferia…
Angelo: ?!? (ride)
Carmelo: …il modo più facile di affrontare la paura è fuggire. Speriamo che qualcuno ci segua.
Flavio: La polizia, tipo.
Angelo: Siamo innocenti in ogni caso!

Quali sono i vostri prossimi impegni ma sopratutto quando uscirà il vostro album?

Flavio: Ce lo chiediamo anche noi. Forse dopo l’estate.
Carmelo: Stiamo incidendo alla Bootleg Recording Studio di Cristiano Sacchi i nostri pezzi, ma credo che ormai non esista quasi più il concetto di album. Per questo al momento ci stiamo muovendo sulla rete, sfruttando tutti i mezzi che ci offre: da Facebook, al caro vecchio Myspace. Poi tutte le canzoni possono essere ascoltate sul mio canale Youtube. Cercate “polloarrosto”.
Angelo: Per il momento inoltre siamo impegnati in un musical sugli anni ’60 con Franco Oppini e credo che lo porteremo in giro fino alla fine dell’anno.
Carmelo: Stiamo pensando anche al prossimo video da girare, visto il successo che ha avuto quello di Google Earth. (il video della canzone con il medesimo nome del programma di Google n.d.R.). Però noi non siamo solo musicisti…sappiamo che la vita reale è un altra.

E nella vita reale come siete e che fate?

Flavio: Io lavoro in un’agenzia di viaggi.
Carmelo: Io nel campo medico. Mi piace molto il mio lavoro.
Flavio: Nella vita bisogna essere dei gran signori e io sono un gran signore.
Carmelo: Posso fare una domanda al batterista?

Prego.

Carmelo: Angelo, suonerai sempre con noi o se venissero a chiamarti per suonare con gli Iron Maiden ci lasceresti?

Angelo: Negli Innocenti la differenza la fa l’amicizia. Non siamo musicisti ma siamo degli amici.

“E non ci lasceremo mai…”. Bene ragazzi io avrei concluso ma se volete potete farvi altre domande e darvi delle risposte.

Gli Innocenti: Burp!

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Radiohead live@Capannelle de Roma

Settembre 23rd, 2012 — 12:14pm

Non andavo ad uno di questi concertoni di band che-hanno-fatto-la-storia-della-musica almeno dal 2010, per via di una sorta di ipersaturazione da concertone. Nel frattempo, però, ho visto un discreto numero di concertini di band fracicone e scassatissime, in posti assurdi e con un pubblico improbabile ma variegato. In questo modo sono riuscita a divertirmi, sfuggendo all’eterno ritorno del tipo indie col cappello che discetta dell’ultimo singolo de I Cani, e poi non distingue una canzone dei Rolling Stones da una degli Arctic Monkeys, o della sgallettata con outfit leggings, maglietta degli Strokes e Reflex per farsi le foto al cesso con l’amica.

Insomma, ieri sera sono stata al concerto dei Radiohead con dei biglietti che mi sono piombati in mano circa una settimana prima e in ottima compagnia. Premetto che io, i Radiohead, non li ho mai capiti. No, davvero. Mai capiti. I masterpieces, almeno una volta, me li sono ascoltati. Ad applicarmi mi sono applicata – signora maestra – ma davvero non è colpa mia se non mi sono arrivati. Comunque, a tal proposito ho una teoria: i Radiohead fanno una musica molto umorale e ci vuole un mood particolare per instaurarci un feeling. Per farla breve, sono depressi. Talvolta arrabbiati, addirittura sereni ma pur sempre depressi, di quella depressione adolescenziale che un po’ ci si razzola crogiolanti. Per questo, non li ho mai capiti: grazie a Dio, non sono mai stata adolescenzialmente depressa e, anzi, i depressi mi viene da prenderli a calci in culo al grido di «esci da quella cazzo di cameretta e vai a prendere un po’ di sole!». Tra le band cosiddette depresse che apprezzo ci sono giusto i Nirvana, ma perché li percepisco più arrabbiati che depressi.

Dicevo: il concerto. Sono stata rassicurata dal fatto che tutto era come è sempre stato: il tipo indie col cappello, le sgallettate con la Reflex, i tappi delle bottigliette d’acqua da infilare nel calzino, i bagarini made in Scampia che, a onor del vero, si sono fatti meno discreti di come ricordavo. La birra al bicchiere e la fila ai bagni, i fans giovani in prima fila e i fans vecchi nell’ultima. Forse ho capito il concept della scenografia: c’erano questi schermi semoventi su sfondo illuminato fisso che proiettavano le immagini della band e cambiavano di posto ad ogni canzone ma non si ricomponevano mai. Io dico che si parlava della frammentazione dell’essere umano e della difficoltà a ritrovare un’identità sola e coerente. Gli unici pannelli fissi e ordinati erano quelli più in alto che mandavano le immagini della band sul palco e si concentravano sugli strumenti: chiaramente il messaggio era che l’unica coerenza che si può ottenere viene dalla musica.

No, non sono gli effetti del fumo anche se c’era una situazione atmosferica da Little Amsterdam.

Comunque, ‘sti Radiohead so’ forti, anche se le due batterie ogni tanto (ma poco, eh) si impicciavano. E poi, tutti questi sintetizzatori che scompongono ogni suono. Le sonorità….acquatiche. Le scale armoniche che cambiano tono a metà, le dissonanze. Bravi, però, ‘sti Radiohead. Complicati. Son tre le canzoni dei Radiohead che effettivamente ricordo perché le tengo nella compilation in macchina: Karma Police, Creep, Paranoid Android. Ieri sera, hanno fatto giusto Paranoid Android. Fatto sta che io continuo a non capirli, però bravi.

Un’ultima cosa: chi me la spiega la dedica di Thom Yorke a Berlusconi?

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