Category: In loving memory


2 Novembre

Novembre 2nd, 2020 — 10:03am

Oggi il camposanto s’è vestito a festa: ogni tomba ha un fiore ed un lumino acceso” è l’incipit di una poesia, sicuramente meno elegante de “‘A livella” ma a suo modo evocativa, che le maestre mi hanno fatto imparare a memoria alle elementari. A quei tempi, il 2 novembre le nonne mi portavano con loro “a fare il giro” al cimitero, che distava dieci minuti a piedi dalle nostre case. La mattina facevo il giro con nonna Vittoria, il pomeriggio con nonna Assunta. Ci andavo volentieri tutte e due le volte perché il cimitero era un posto che mi faceva paura ma mi attraeva, cioè solleticava le mie fantasie di piccola morbosa in erba. Veroli ha un cimitero scavato nella collina, quindi è in salita. L’ingresso è in basso, al piano della strada, con due scalinate in pietra che conducono alla porta con colonne in pietra. Qualcuno, chissà quando, su una delle colonne ha abbozzato un piccolo volto umano. Il giro con nonna Vittoria durava anche quattro ore. Ci portavamo dietro un grosso fascio di crisantemi bianchi e gialli coltivati da lei, che mettevamo a quante più tombe possibili, di parenti e avi alla lontana, o a tombe dimenticate che il 2 novembre senza fiori sembravano anche più tristi che nei giorni normali. Pulivamo i marmi, accendevamo i ceri rossi, pregavamo (“L’eterno riposo”). Soprattutto, nonna Vittoria mi raccontava le storie della gente di lì: del medico Ignazio che aveva curato una tubercolosi a un conoscente, della trisnonna Rosa figlia de Sanspirdo (del “Santo Spirito”) nel senso che era orfana, probabilmente figlia non voluta di un qualche personaggio che si diceva essere ricco o importante. Si diceva che avesse un bellissimo braccialetto d’oro dalla nascita ma non so se sia vero o se sono io ad aver confuso con la storia di Georgie, il cartone animato giapponese. Poi c’era Egiziaca, vicina di casa, che era morta quando avevo compiuto 4 anni, motivo per cui non mi avevano fatto la festa di compleanno (“Però ti voleva molto bene”), i bisnonni che non avevo conosciuto (Nonno Peppino “s’era ammalato” e Nonno Pietro, “il primo del paese ad avere le cento lire”). Poi c’erano le storie tragiche, conosciute da tutti e raccontate ogni volta: quella seppellita con il vestito da sposa, i due ragazzi morti per l’incidente (nelle vicinanze c’era sempre qualcuno che aggiungeva dettagli macabri), il cugino di secondo grado Fabrizio investito da un’auto mentre passeggiava mano nella mano col fratellino. Di lui nonna aveva una foto grande a casa, sguardo familiare, grembiule blu e fiocco bianco e quando puliva il pavimento cantava le canzoni del suo funerale tipo “Quando busserò alla tua porta/avrò fatto tanta strada/avrò piedi bianchi e puri”. E poi c’era la “sezione dei bambini”: una parete di date remote (“Eh, una volta ne morivano di più”), e di foto in bianco e nero dai bordi fumosi, vestiti bianchi da battesimo e comunione, fatte quasi tutte post-mortem, come ho capito solo molto dopo. A questo punto, si arrivava alla cappella, a pianta rotonda e con piccole rappresentazioni in legno della Via Crucis alle pareti. Ci sentivamo la messa che durava solo mezz’ora (era senza predica) e dopo mia nonna scendeva nell’ossario, a cui si accedeva da una scala a chiocciola ripida nascosta dietro un confessionale. Guardando in giù saliva solo il pallido chiarore di fioche luci lontane, il rimbombo di chi scendeva le scale, un forte odore di umidità, muffa e polvere, il senso di qualcosa di troppo remoto e perso nel tempo. Poi uscivamo di nuovo alla luce del sole e io tiravo un sospiro di sollievo. Le tombe intorno alla cappella erano quelle dei ricchi, con le loro lapidi scolpite nel marmo bianco, da cui uscivano profili di marchesi (“I discendenti adesso stanno a Roma, ma prima abitavano nei palazzi del centro storico, eh!”). E poi le grandi lastre con scritto “Famiglia Stirpe” o “Famiglia De Carolis”, cognomi familiari che parlavano di lignaggio, professori di latino, botteghe, piccole ricchezze accumulate e disperse, grandi scandali di paese. In mezzo a uno spiazzo, un’urna sormontata da una colonna spezzata, con foglie di vite attorcigliate, realizzata da un padre per il figlio morto in guerra (la prima). Più in là, dietro un lungo muretto basso, l’appezzamento per chi voleva farsi seppellire nella terra, con le croci in ferro battuto, che accendeva tra i visitatori l’annoso dibattito se era meglio farsi seppellire nei fornetti o lì, finché qualcuno non raccontava di quando aveva visto i necrofori all’opera, mentre tiravano fuori una bara dalla terra (“eh, che scene Vitto’, che te lo dico a fare. Ma come fanno! Che pelo! Che stomaco!”. Gesti teatrali. Pathos). Di fronte, “l’ossario esterno” che era una botola di pietra per terra che il 2 novembre veniva ricoperta di candele e lumini rossi, che arrivavano fino al selciato (“Attenzione che scivoli sulla cera”). E poi continuando “il vecchio obitorio”, cioè una porta di legno che ho visto sempre chiusa, anche quello legato a aneddoti di incidenti e suicidi dai dettagli irripetibili che qualcuno comunque raccontava con le dovute e caritatevoli censure. Dopo l’obitorio finiva la parte vecchia del cimitero e si entrava in quella più recente, cioè finivano i marmi antichi, il legno, le pietre e iniziava il cemento. Parte cosiddetta moderna, coi suoi cantieri aperti, sempre in via d’espansione un po’ troppo frenetica, a detta di tutti. Lì c’era sempre qualcuno che esclamava “eh, tanto prima o poi lì dobbiamo finire”, indicando con una mano la serie di loculi vuoti e con l’altra… (vabbè). Con nonna Assunta il giro era molto più rapido, preghiere sbrigative ma ad ogni lapide ammonimenti del tipo “Stiamo sicuramente meglio noi di loro!”, “Quanno me mòro, me li devi porta’ pure tu i fiori!”. Andando veloci, si coglievano altre cose seppur di sfuggita, come la carezza di qualcuno a una foto. Rischiavo di inciampare in tombe ricoperte da fiori, lettere, oggetti (sigarette, portachiavi, peluche, sorpresine dell’ovetto Kinder, un fiaschetto). Chissà se la quantità di roba è proporzionale allo sconvolgimento dato dalla morte di quella persona, pensavo. Chissà se si viene ricordati più per i meriti o più per i demeriti. Che cos’è il cimitero se non un susseguirsi di facce e storie, che forse ci chiedono di essere ricordate o forse non ci chiedono proprio niente e vogliono essere solo lasciate in pace. Tornavo a casa sempre con la fantasia solleticata, un po’ scossa ma senza farlo vedere sennò le nonne non mi ci avrebbero riportato. Poi faceva buio e dalla finestra guardavo verso il cimitero e si vedevano da lontano le fioche luci dei ceri e dei lumini rossi accessi.

In ricordo di nonna Vittoria.

(Nonna Assunta sta ancora una favola e saluta tutti)

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Cinque coccodrilli

Marzo 9th, 2015 — 9:30am

Ci sono momenti in cui ciò che si colloca ai lati della nostra vita e che pare farà da sfondo in eterno – un impero, un partito politico, una fede, un monumento, ma anche semplicemente le persone che fanno parte della nostra quotidianità – viene giù in modo del tutto inaspettato, e proprio mentre mille altre cose ci incalzano. (E. Ferrante)

È morta Angelina, aveva le gambe così storte che alla tombola natalizia le dedicavamo il 77. Aveva anche il gozzo, segno di un ipertiroidismo mai curato, e una vocina molto bassa, molto rauca ma dolce. Era timida. Ogni maggio organizzava il rosario a casa sua, in una strana stanza molto ampia, molto luminosa eppure scolorita, polverosa. Un ripostiglio senza cose riposte con un vecchio divano da un lato, un tavolo al centro, sedie spaiate di legno e paglia, plastica e metallo, dove s’accomodavano le vecchie coi loro rosari in mano. Ci andavo a malincuore perché mi sarei persa i cartoni animati della sera, ma mi piaceva far contenta mia nonna. Le litanie e i misteri dolorosi mi parevano rituali magici in una lingua antica e un po’ mi facevano paura. All’improvviso non ero più con mia nonna e le sue vecchie vicine di casa ma in mezzo a delle streghe. Angelina ogni tanto passava per l’orto di mia nonna, una volta strappava dalla terra le carote, altre volte tagliava l’insalata. M’ero convinta che rubasse e invece glielo diceva direttamente mia nonna di prendersi da sola quello che le serviva, tanto ce n’era in abbondanza. Un giorno mi appostai, le feci un agguato mentre era china a tagliare la scarola, le dissi Ladra! Ladra! Vattene via! Raccontava sempre che, come la feci vergognare quel giorno, nessuno mai nella sua vita.

È morto Guido lo scarparo, il cui negozio si trovava a metà tra la Chiesa di San Rocco e il cimitero. Sembrava una caverna scavata nella roccia, chiusa da un grosso portone di ferro dipinto di vernice rossa. Adesso è tutto chiuso, è tutto abbandonato, Guido è morto di dolore qualche anno dopo che trovarono il figlio impiccato con due corde alle travi di legno della loro vecchia casa. Il figlio era molto bello, molto dolce, molto timido. Lavorava in Francia con lo zio, faceva il muratore, o montava le vetrate dei grattacieli, non l’ho mai capito. Si è suicidato il giorno del suo compleanno, nel pomeriggio. Di mattina era andato a comprarsi un televisore nuovo. Guido morì qualche anno dopo, malinconico. Nessuno m’ha mai rifatto i tacchi delle scarpe come li sapeva fare lui. Il negozio è chiuso da tanto, quando ci passo davanti continuo a sentire l’odore del grasso, del cuoio, dei piedi, della pietra, del ferro che si mischiano insieme.

È morta la Baronessa, nata Principessa di Baviera. Rinunciò al suo titolo per amore, sposò un Barone e diede un gran dolore al Principe suo padre, ex simpatizzante nazista. Fu allattata dalla mia bisnonna. Negli anni ’50 mio nonno e mia nonna andarono in Germania a faticare come camerieri alla corte della loro cospicua dinastia. Ogni racconto di mia nonna su quegli anni finiva sempre con la solita constatazione, che faceva innervosire le mie zie: «È meglio essere poveri che ricchi». L’ho sempre vista indossare la stessa collana, o meglio, una sorta di collarino stretto intorno al collo secco, con pietre d’ambra. Una volta le raccontai che mi sarei sicuramente iscritta all’università, lei mi guardò con quieta ammirazione, mi rispose: «Quante opportunità avete oggi [sospiro] voialtri».

È morta zi’ Giovannella, la più grande, grossa, rumorosa, sguaiata, tra le molte sorelle della mia nonna materna, nota anche per una proverbiale ma allegra tirchieria. Spesso veniva da mia madre a farsi fare le iniezioni perché le doleva una gamba (Marì me dole la sampa). Un giorno si presentò a casa, c’era solo mia sorella. Disse: «Nel frattempo che aspettiamo Marina mi preparo». S’alzò la gonna, sotto non aveva mutande (le mutanne). Mia sorella, costernata, s’arrischiò a domandare se le aveva per caso dimenticate. Rispose: «No ma mi sono appena lavata, sono pulita, che me le metto a fare?». Una volta, ringraziò mia madre per le punture dandole un sacchetto di mais (lo gratigno), che mamma avrebbe dovuto dare a sua sorella, che lo avrebbe dato alle sue galline, che avrebbero fatto le uova, «e poi soreta le òva te le dà a te».

È morto Antonio Gemmiti, il mio primo maestro di pianoforte, il mio primo insegnante di musica. I suoi figli sarebbero poi diventati pianisti molti famosi, la scuola di musica classica da lui fondata avrebbe sfornato pianisti di provincia capaci di prendere voti più alti di chi aveva studiato in conservatorio, all’esame finale al Santa Cecilia. Di sicuro, io tra questi non c’ero. Quando ho deciso di smettere col pianoforte era immensamente dispiaciuto e un poco accigliato. Diceva che «suonavo come una guerriera» (la verità è che suonavo con una mano molto pensante, neanche stessi suonando i Sex Pistols, mica Bach). Quando ho deciso di smettere col pianoforte piansi molto, lui mi disse «ma la musica non t’abbandona mai».

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Coccodrilli, zie e altri demoni

Maggio 3rd, 2014 — 10:41am

Ero appena entrata nella pre-adolescenza e all’epoca, le mie personali Oriana Fallaci e Camilla Cederna erano rispettivamente zia Simonetta e mamma Marina: due nomi anni ’70 per due donne nemiche e amiche. La prima con un temperamento ribelle e passionale e mia madre, sempre passionale e ribelle ma in maniera più coscienziosa e ingenua. I miei gusti in fatto di letture erano influenzati dalle loro letture.

Mamma ha sempre letto romanzi. Tanti romanzi. Libri con delle storie vere, potenti, straordinarie, belle. I suoi preferiti erano quelli con un finale illuminante, una morale netta e positiva, un mondo con buoni e cattivi e una posizione da prendere per scegliere da che parte stare. Libri con dei drammi. Tanti drammi. Abbiamo una libreria piena di Dickens, Austen, Balzac, Tolstoj, Flaubert (i nervi che le ha fatto venire quella piagnona di Madame Bovary), Stevenson, Irving, «La mia africa», «Cime tempestose», «Il diario di Anna Frank» e tutta la letteratura di formazione. Senza disdegnare gli Harmony. Cataste di Harmony ammucchiati ovunque, Harmony nascosti sotto i divani, chiusi e nascosti in fretta sotto i cuscini appena sentiva entrare qualcuno in casa, retaggio di un’opposizione feroce alla lettura da parte di nonna Assunta.

Mia zia, invece, era quella che leggeva libri, che nel basso Lazio, a metà degli anni ’90, erano definiti “diversi” e “particolari”. Cioè – per dire ‑ «L’arte di amare» di Eric Fromm, «L’interpretazione dei sogni» di Freud, le poesie di Pablo Neruda. Saggi, poesie e raccolte di racconti. Mamma, che se li era pure letti, li odiava. Per lei erano libri pretenziosi che non raccontavano nessuna storia ma che appunto pretendevano di dirti come vanno davvero le cose a questo mondo o come fare per far-andar-bene-le-cose-a-questo-mondo. Libri con una morale alla rovescia. Zia esaltata da un sentimento di rivoluzione sessantottino, mamma sospettosa. A lei sembrava fuffa. «Quei libri – diceva – ti fanno il lavaggio del cervello peggio di certe domeniche a messa».

C’erano, però, dei punti di contatto. Ho visto entrambe ridacchiare nascoste nel sottoscala, su una famosa copia di “Chi” che andò esaurita, quella con le foto di Daniel Ducruet, l’allora marito di Stefania di Monaco, che fa le capriole con una spogliarellista.

L’altro punto di contatto era Gabriel García Márquez.

Era zia Simonetta ad avere in libreria l’opera omnia di García Márquez. Io lo consideravo la versione difficile di Isabel Allende di cui avevo letto «La casa degli spiriti», che mi era piaciuto tantissimo, e «Eva Luna», che non mi era piaciuto (tranne il nome della protagonista, uno di quei nomi che ti piacciono quando hai undici anni, tipo Celeste o Topazio). Avevo appena finito di leggere «Il nome della rosa», considerato un mattone pesantissimo un po’ da tutti (cioè da mamma, zia e la professoressa d’italiano delle medie) e gasata da questo fatto che «così giovane ma già legge di questi mattoni pesantissimi», m’ero fissata che avrei espugnato anche «Cent’anni di solitudine», cosa che a prima botta invece non mi riuscì e a dir la verità non riuscì neanche a mamma. Zia, invece, l’aveva letto e questo suo continuo ribadire che era un libro bellissimo c’irritava non poco.

Grazie a tutta la calma concessami dall’estate tra seconda e terza media, finalmente espugnai «Cent’anni di solitudine», disegnando anche io (come immagino abbiano fatto tanti altri) l’albero genealogico della famiglia Buendía. Poi mi dedicai all’intera bibliografia di Gabriel García Márquez. Lessi tutto, anche i racconti (io non leggo racconti e se li leggo non mi danno nessuna soddisfazione). E quando l’altra mattina, la radio ha detto che era morto, mi sono ricordata del momento in cui avevo finalmente capito perché era così importante che Aureliano Buendía si fosse ricordato di quella volta che suo padre lo portò a scoprire il ghiaccio, di fronte al plotone d’esecuzione. Di Remedios morta di parto e di Remedios la bella che faceva impazzire gli uomini. L’ultimo suo libro che ho letto è stato «D’amore, morte ed altri demoni», quelli con la ragazza dai capelli rossi e lunghissimi che sono continuati a crescere anche dopo la sua morte. Mi ricordo dei pesciolini d’oro, come cantava anche De André. E di una ragazza che veniva punta da una rosa e che non smise mai di sanguinare e che nessuno scrive al colonnello, la sabbia, la calce sui muri, il sole, le piogge torrenziali, gli zingari, gli stregoni e le prime notti di nozze.

Anche mamma è riuscita ad espugnarlo alla terza lettura. Lo ha trovato bellissimo. Ancora, quando lo dice, si percepisce l’irritazione.

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