Category: I read the news today oh boy!


Coccodrilli, zie e altri demoni

Maggio 3rd, 2014 — 10:41am

Ero appena entrata nella pre-adolescenza e all’epoca, le mie personali Oriana Fallaci e Camilla Cederna erano rispettivamente zia Simonetta e mamma Marina: due nomi anni ’70 per due donne nemiche e amiche. La prima con un temperamento ribelle e passionale e mia madre, sempre passionale e ribelle ma in maniera più coscienziosa e ingenua. I miei gusti in fatto di letture erano influenzati dalle loro letture.

Mamma ha sempre letto romanzi. Tanti romanzi. Libri con delle storie vere, potenti, straordinarie, belle. I suoi preferiti erano quelli con un finale illuminante, una morale netta e positiva, un mondo con buoni e cattivi e una posizione da prendere per scegliere da che parte stare. Libri con dei drammi. Tanti drammi. Abbiamo una libreria piena di Dickens, Austen, Balzac, Tolstoj, Flaubert (i nervi che le ha fatto venire quella piagnona di Madame Bovary), Stevenson, Irving, «La mia africa», «Cime tempestose», «Il diario di Anna Frank» e tutta la letteratura di formazione. Senza disdegnare gli Harmony. Cataste di Harmony ammucchiati ovunque, Harmony nascosti sotto i divani, chiusi e nascosti in fretta sotto i cuscini appena sentiva entrare qualcuno in casa, retaggio di un’opposizione feroce alla lettura da parte di nonna Assunta.

Mia zia, invece, era quella che leggeva libri, che nel basso Lazio, a metà degli anni ’90, erano definiti “diversi” e “particolari”. Cioè – per dire ‑ «L’arte di amare» di Eric Fromm, «L’interpretazione dei sogni» di Freud, le poesie di Pablo Neruda. Saggi, poesie e raccolte di racconti. Mamma, che se li era pure letti, li odiava. Per lei erano libri pretenziosi che non raccontavano nessuna storia ma che appunto pretendevano di dirti come vanno davvero le cose a questo mondo o come fare per far-andar-bene-le-cose-a-questo-mondo. Libri con una morale alla rovescia. Zia esaltata da un sentimento di rivoluzione sessantottino, mamma sospettosa. A lei sembrava fuffa. «Quei libri – diceva – ti fanno il lavaggio del cervello peggio di certe domeniche a messa».

C’erano, però, dei punti di contatto. Ho visto entrambe ridacchiare nascoste nel sottoscala, su una famosa copia di “Chi” che andò esaurita, quella con le foto di Daniel Ducruet, l’allora marito di Stefania di Monaco, che fa le capriole con una spogliarellista.

L’altro punto di contatto era Gabriel García Márquez.

Era zia Simonetta ad avere in libreria l’opera omnia di García Márquez. Io lo consideravo la versione difficile di Isabel Allende di cui avevo letto «La casa degli spiriti», che mi era piaciuto tantissimo, e «Eva Luna», che non mi era piaciuto (tranne il nome della protagonista, uno di quei nomi che ti piacciono quando hai undici anni, tipo Celeste o Topazio). Avevo appena finito di leggere «Il nome della rosa», considerato un mattone pesantissimo un po’ da tutti (cioè da mamma, zia e la professoressa d’italiano delle medie) e gasata da questo fatto che «così giovane ma già legge di questi mattoni pesantissimi», m’ero fissata che avrei espugnato anche «Cent’anni di solitudine», cosa che a prima botta invece non mi riuscì e a dir la verità non riuscì neanche a mamma. Zia, invece, l’aveva letto e questo suo continuo ribadire che era un libro bellissimo c’irritava non poco.

Grazie a tutta la calma concessami dall’estate tra seconda e terza media, finalmente espugnai «Cent’anni di solitudine», disegnando anche io (come immagino abbiano fatto tanti altri) l’albero genealogico della famiglia Buendía. Poi mi dedicai all’intera bibliografia di Gabriel García Márquez. Lessi tutto, anche i racconti (io non leggo racconti e se li leggo non mi danno nessuna soddisfazione). E quando l’altra mattina, la radio ha detto che era morto, mi sono ricordata del momento in cui avevo finalmente capito perché era così importante che Aureliano Buendía si fosse ricordato di quella volta che suo padre lo portò a scoprire il ghiaccio, di fronte al plotone d’esecuzione. Di Remedios morta di parto e di Remedios la bella che faceva impazzire gli uomini. L’ultimo suo libro che ho letto è stato «D’amore, morte ed altri demoni», quelli con la ragazza dai capelli rossi e lunghissimi che sono continuati a crescere anche dopo la sua morte. Mi ricordo dei pesciolini d’oro, come cantava anche De André. E di una ragazza che veniva punta da una rosa e che non smise mai di sanguinare e che nessuno scrive al colonnello, la sabbia, la calce sui muri, il sole, le piogge torrenziali, gli zingari, gli stregoni e le prime notti di nozze.

Anche mamma è riuscita ad espugnarlo alla terza lettura. Lo ha trovato bellissimo. Ancora, quando lo dice, si percepisce l’irritazione.

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Budapest Grand Hotel di Wes Anderson – Recensione

Aprile 19th, 2014 — 10:00am

M’informano gli Internet che la percentuale di recensioni positive dell’ultimo film di Wes Anderson è del 92%. Di conseguenza, essere travolta dal piacere di trovarmi nel restante 8%; è il brivido della nicchia, è il fascino dell’intercapedine, è la leggendaria fessura di cui Wes Anderson vorrebbe essere il Re. Prendo una recensione positiva a caso, quella dell’amico Bruce Ingram del Chicago Sun-Times: lo definisce un crowd-pleaser (un alletta-popolo), facendogli fallire di colpo l’obiettivo di essere un regista alternativo. Me ne compiaccio.

Ma di cosa parla questo Hotel Rimini Miramare, del regista nato a Houston, Texas? Come per gli altri film, si tratta di una riflessione narrata con estrema perizia sulla carta da parati vintage, con digressioni astratte ma pregne di significato sulle poltrone in velluto rosso, le moquette polverose, le scatoline rosa con nastrino verde, le balconate rococò. Tutt’intorno, svariati personaggi, venuti fuori dal generatore automatico di personaggi di Wes Anderson, esclamano continuamente la seguente spiritosaggine: «Europa, sei stramorta, però sei così terribilmente carina».

La sala del cinema Olimpia ride. Io mi sento come quella volta che Elisabetta Canalis disse «Gentrifichèscion» al Festivàl di Sanremo. Vicino a me, uno con la faccia da autore Rai dorme dal decimo minuto. Lo capisco e nel frattempo faccio il calcolo mentale delle persone che domani metteranno come loro nuova cover di Facebook, la facciata rosa del Budapest Grand Hotel, che a me ricorda terribilmente la casa dei Sogni di Barbie con l’ascensore.

Comunque è vero che i film di Wes Anderson sono intrisi di malinconia. È lo stesso mal sottile riscontrabile nelle foto su Tumblr dei parchi giochi statunitensi alla Fiera dell’agricoltura del Midwest. Vi lascio con la certezza che quando i vostri amici chiederanno «allora, com’era il film?», risponderete: «Carino».

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Chi ha votato per Grillo e il Movimento 5 Stelle: un’analisi

Febbraio 28th, 2013 — 10:50pm

A votare per Grillo e il Movimento 5 Stelle sono stati quelli che prima votavano PdL. Quelli che nel ’94 si erano invaghiti del sorridente imprenditore milanese che prometteva di “cambiare l’Italia”.

Sono stati quelli che votavano PdS, poi DS, poi PD. Quelli che gli sarebbe piaciuto partecipare ad un comizio di Berlinguer. Quelli che l’uguaglianza e la lotta, quelli che hanno visto la sinistra italiana diventare sempre più passiva, intellettuale e radical-chic.

A votare Grillo sono stati i radical-chic che ormai votare PD è da sfigati.

A votare Movimento 5 Stelle sono i matti dell’Internet che finalmente hanno un partito che li rappresenta. Quelli che combattono le scie chimiche, il gruppo Bilderberg, il Nuovo Ordine Mondiale gridando “SVEGLIAAAA!!!” (così, tutto in maiuscolo e con manciate di punti esclamativi).

Sono quelli estremamente convinti del fatto che la crisi economica italiana (e forse anche quella mondiale) dipenda dallo stipendio dei parlamentari. Per far capire che loro di economia se ne intendono hanno anche messo il Mi Piace alla pagina Facebook dell’Economist.

Sono quelli che Grillo è come Obama, no? Tutti e due si son fatti il Blog e aggiornano costantemente il profilo su Facebook.

Sono quelli che sono come noi ma oggi si sentono meglio. Che salvano il pianeta usando le Bio Wash Ball per lavare il cachemire. Un decennio fa votavano per Pecoraro Scanio, vai a sapere.

Li accomuna l’antipolitica, la disaffezione per le istituzioni (per alcuni il rispetto delle stesse non c’è mai stato), la tendenza ad esaltarsi per i falsi profeti, a venerare il vitello d’oro.

Cos’altro aggiungere? Napolita’ questi hanno voluto la bicicletta? Falli pedalare. Falli governare. Ci manderanno falliti ma tanto vengo dalla classe operaia e da perfetta Working Class Hero non mi spaventa né il lastrico, né l’andare a lavorare la terra.

Lasciatemi giusto l’Internet.

Nota: in questi giorni ho discusso, online e non, con moltissime persone che hanno votato Grillo, i perché del voto a Grillo. Le ringrazio perché senza il sano confronto e scambio di idee, non avrei scritto il post.

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