Archive for Luglio 2011


Amy Winehouse, buried alive in the blues

Luglio 26th, 2011 — 6:51pm

Amy Winehouse è nata nel 1983, io sono del 1984. Aveva un anno in più di me, è morta a soli 27 anni. Se nasci con il rock’n’roll nelle vene, lo sai che non c’è niente da capire, lo sai che il mondo è una pietra che rotola, lo sai che prima o poi può capitarti di essere seppellita viva nel blues. Amy Winehouse non ci ha mai tenuto particolarmente a disattendere questa cronaca di una morte annunciata.

Annunciata dai media, ai quali piace di più la tragedia che il talento, siamo ora tutti consapevoli del circolo mediatico successivo alla morte di una star: ci saranno gli speciali, i commenti degli esperti, l’intervista alla madre, all’ex marito, al cugino in seconda del vicino di casa, all’uomo col cane che passeggia per Notting Hill e i fans lasceranno bigliettini e bottiglie di birra mezze vuote, in lovin memory. Qualcuno, in collegamento con lo studio, darà la colpa ai videogiochi violenti, finché il conduttore non gli dirà che “guarda, non stiamo parlando di Oslo ma della cantante drogata”. Momento Social Network: ad un minuto e sessanta secondi dal flash della morte di Amy, registravo sulla home di Facebook almeno sei status incentrati sulla “futura mitizzazione di una drogata” ed altri tre con battute di dubbio gusto circa il parallelismo con Giusy Ferreri.

Ascoltare Back to Black, ora ed allora, fa venire i brividi. Amy Winehouse ha piazzato nel bel mezzo degli anni ’00 un disco perfetto, uno dei più rappresentativi. Sì, sì. Certo. Gli anni ’00 non sono gli anni ’60 ed Amy non è Janis. Non dovremmo avere nessuna ragione per essere dei ribelli, cosa tra l’altro sostenuta da Carl Barat e compagnia, mentre ci si faceva liberamente tra i pub di Camden. Si tratta di una consapevolezza venata di humor noir ed eroina, quella che ti fa dire “the only good rockstar is a dead rock star”. Adesso rimane da fare l’autopsia e dopo il funerale e magari intonare insieme a Don McLean quei versi che dicono “Do you believe in rock ’n roll/Can music save your mortal soul?”, subito prima di “the day the music die”. “Benvenuta nel Club dei 27, Amy Winehouse.“ – le dirà Jimi – “Brian è fuori in piscina, Jim si sta facendo una doccia, lì c’è il frigobar”.

(anche qui)

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Intervista a Maic, frontman dei Three Eyes Left

Luglio 25th, 2011 — 4:43pm

I Three Eyes ­ Left, a sentirli, potrebbero benissimo essere scambiati per una band originaria dell’Alabama che ha ascoltato troppe volte Blizzard of Ozz. Invece, sono tre ragazzi di Bologna che hanno appena piazzato un Ep, “No method as method, no limits as limits”, definito da Rumore un “mega-stoner di proporzioni enormi”.

Three Eyes Left, “Tre occhi rimasti”. Lo sappiamo, 333 is the half way to hell, ma te lo chiedo lo stesso: nell’ottica di quale visione del mondo avete scelto questo nome per la band?

I 3 occhi rimasti vogliono simboleggiare il terzo occhio onnisciente che è, appunto, uno e trino, l’occhio che tramite la meditazione mostra all’uomo ciò che è nascosto tra le pieghe della materia, attraverso i vari livelli di percezione; i primi due sono proiettati verso l’esterno mentre il terzo filtra e sgretola l’apparenza dei fatti e delle cose. Il nome è stato scelto perché aveva un suono ed una forma particolarmente esoterica ed evocativa, inoltre, quando spieghiamo il perché della scelta facciamo sempre bella figura.

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De Cronaca Nerae*: Parolisi feat Repubblica.it feat Bernstein feat Murdoch feat un qualunque Troll del web

Luglio 21st, 2011 — 2:45pm

Sul Gra, verso una certa della sera, avverto talvolta un senso di comunione col mondo fatto di ispirazione e bellezza. Vorrei parlarvi di tutta una serie di racconti mai scritti partoriti da un’uscita all’altra, eppure non posso perché son due giorni che l’urgenza è un’altra. C’è, appunto, l’urgenza di uno sfogo dovuto a sovraddosaggio da VIN, Very Important News: dal caso Murdoch, ai raeliani che vogliono costruire un’ambasciata per gli alieni, a Papa (trattino) Tedesco messo l’uno in carcere e l’altro no, al 1992 che avanza e comunque, tutta l’ansia che ti prende da pagina uno e cresce via via passando per Interni, Esteri, Oroscopo, fino ad arrivare alla madre-di-tutte-le-ansie-del-mondo, la pagina di Cronaca Nera. Avete sicuramente sentito parlare dell’arresto di Parolisi e, nel caso in cui non ne aveste sentito parlare, allora vi verrà spedito un inviato del Tgcom a casa che vi legherà alla sedia costringendovi ad ascoltare per forza. Dunque, si parla dell’arresto che tutti aspettavamo, tipo io, mia nonna, la parrucchiera e la Sciarelli. Con esso, sono arrivati i copia/incolla delle conversazioni tra Parolisi e l’amante Ludovica intercorse nei private messages di Facebook, direttamente dall’ordinanza di arresto, grazie alla rogatoria internazionale che ha consentito a chi di dovere di ravanare tra gli archivi del socialino più mainstream del mondo (invidia). E quindi, grazie a Repubblica.it, il giornale delle grandi-battaglie-affinché-il-bene-trionfi-sul-male, ci siamo trovati a leggere cose che spaziano da “Piccy mio TVUMDB MUAAA MUAAA” a “Stronzolo lascia quella vieni da me mika devi ammazzare nessuno” (vedi l’ironia della vita), con a fianco la casellina “GUARDA LE FOTO DELL’AMANTE”, prese pari pari sempre dal socialino di cui sopra. Tempo fa, tanto per restare in tema “Plastici&dintorni”, Tgcom pubblicava le foto che Scazzi Sarah si era autoscattata col cellu. Ma torniamo a La Repubblica. Il 17 di Luglio, suddetto giornale riportava bellissimo pezzo di Bernstein (#micacazzi) il quale parlava, nell’ambito dello scandalo Murdoch e compagnia brutta, “di un continuo abbassamento degli  standard giornalistici, che poggiano su basi che hanno poco o nulla a  che fare con le migliori tradizioni e i migliori valori della vera  informazione e del giornalismo responsabile, e cioè riuscire a fornire  la migliore versione possibile della verità. Al posto di questo ideale giornalistico, la tenace etica murdochiana propone pettegolezzi, sensazionalismo e polemiche create ad arte”. Ah! Il giornalismo responsabile! Ah! La migliore versione possibile della realtà! Già me li sto vedendo quell’esercito di laureati in SdC (tipo io) con la luce da pazzi invasati negli occhi che opera per la verità e la giustizia, che al confronto quell’imbecille di Spider Truman (o chi per lui) è nulla con contorno di nulla. Ma torniamo a Parolisi e al triangolo sì. Da tempo non si trova un film che rappresenti l’Italia, l’Italietta, i vizi, le virtù, i cazzi e i mazzi e vabbè che sono sempre quelli da centocinquant’anni a questa parte. Non lo fanno i film, lo fà la cosiddetta realtà, teletrasmessa e virtualpubblicata all over the world, con Parolisi, il cornificatore seriale – quando il pene prende il sopravvento sull’uomo sapiens sapiens – la moglie (e mamma)(e soprassediamo) e l’amante che parla perché “in Tv continuano a dire che lui ama Melania e non è vero, ama me, è giusto che si dica la verità!”, quella del “voglio la mia felicitààààààààà!!1!” (la felicità con un bellimbusto laido con moglie e figlia, che delega le responsabilità al suddetto pene). Un quadro degno di qualsiasi puntata di Uomini e Donne, col morto. Manca solo una Louise Vuitton. E chissà, forse Maria ci farebbe un pensierino.

*Nota impo: Il latino del titolo è un latino non convenzionale.

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